UVX

Articoli

L’enigma dei teschi di cristallo

enigma dei teschi di cristallo

Novembre 1923, Sud America. Una bambina di 10 anni, Anna Mitchell-Hedges, trova per caso un oggetto di cristallo. All’inizio sembra un normale reperto archeologico. Pian piano, però, si capisce che, in realtà, si tratta dl un manufatto speciale, che fa parte di una serie di oggetti particolari: sono i “teschi di cristallo”, chiamati anche “del destino”.

Teschi di cristallo: cosa sono e quanti sono?

Ben presto si scopre che questi teschi sarebbero addirittura 13, separati molti anni fa e in attesa di essere riportati, lutti assieme. nello stesso luogo. Una volta che si dovesse verificare, questa condizione svelerebbe all’uomo una formula per ”salvarsi”. Da casa non è dato saperlo. Quel che è certo, è che da quel momento comincia una caccia planetaria al teschi mancanti: la caccia ai misteriosi “teschi di cristallo”. Un enigma che si perde nella notte dei tempi, riportato alla ribalta dal più famoso archeologo di Hollywood, Indiana Jones, in un film del 2008.

Finzione cinematografica a parte, i teschi di cristallo esistono davvero e sono numerosi, tanto da essere sparsi un po’ in tutto il mondo. Il più famoso è il già citato Mitchell-Hedges, che prende il nome dalla bambina che l’ha scoperto. Al British Museum ce n’è un altro della fine del 1800. La teca che lo contiene viene coperta ogni sera con un panno. È una richiesta degli addetti alle pulizie che – in qualche modo – si sentono a disagio nelle ore in cui il museo è chiuso al pubblico: hanno più volte detto di avere udito rumori, visto strane luci e di sentirsi osservati.

I teschi di cristallo nel mondo

Un teschio di cristallo è nel Museo di qual Branly di Parigi. Di fattura rudimentale, è stato scoperto in Messico a fine Ottocento. C’è, poi, il cosiddetto teschio Max, che ora si trova in Texas ma apparteneva a un guaritore tibetano che l’ha regalato ai suoi attuali possessori. Scoperto nel 1920 in una tomba del Guatemala, secondo alcuni studiosi risalirebbe all’8000 avanti Cristo. Il teschio Quarzo Rosa è stato, invece, trovato al confine tra l’Honduras e il Guatemala e ha la mandibola mobile. Ce ne sono molti altri in giro per il mondo. Stabilire il numero esatto è pressoché impossibile.

Anche se, secondo un’antica leggenda, quelli autentici sarebbero solo 13. come distinguerli dalle copie o dagli altri reperti simili che si trovano in giro per il mondo?Uno dei più famosi è stato scoperto in Messico dal detective Nick Nocerino. Alcune persone che stavano effettuando scavi lungo un fiume gli hanno domandato di svolgere indagini psicometriche per cercare di localizzare qualche antico manufatto. E anche da quella ricerca è emerso un teschio di cristallo-

Le scimmie si ubriacano?

scimmie si ubriacano

Noi umani consumiamo una grande varietà di cibi, ma siamo diventati così avventurosi soltanto in epoca relativamente recente: apparteniamo ai grandi primati, che discendono da altre scimmie la cui alimentazione comprendeva prevalentemente frutta.

L’alimentazione delle scimmie

Per esempio, i nostri parenti più prossimi tuttora in vita (i gibboni, gli oranghi, i gorilla e gli scimpanzé) si nutrono quasi esclusivamente di frutti di grandi dimensioni e molto zuccherini. Fanno eccezione i gorilla di montagna che prediligono vegetazione erbacea vista la scarsità di altre piante ad altitudini di oltre 1500 metri in zone tropicali. Effettivamente, i primati si sono diversificati, diventando le creature frugivore dei bassipiani tropicali che conosciamo, circa 45 milioni di anni fa. Diverse mutazioni adattive sensoriali, per esempio la visione stereoscopica (tridimensionale) e tricromatica, oggi consentono alle scimmie di distinguere i frutti più maturi e colorati, altrimenti invisibili a distanza, nascosti dalla fitta e caotica copertura arborea della foresta.

È stato dimostrato che anche la sensibilità olfattiva delle scimmie a diversi tipi di alcol è molto elevata. Le scimmie ragno o Atales sono la specie perfetta per testare l’ipotesi della scimmia ubriaca secondo l’antropologa Christina Campbell della California State University a Northridge. Sono eminentemente frugivore e molto abili nel distinguere livelli minimi di etanolo in esperimenti gustativi. La dottoressa lavora a Panama misurando il tenore alcolico dei frutti selvatici preferiti dalle scimmie, e mettendolo poi in relazione ai prodotti metabolici rilevati in campioni di urina e di pelo.

Le novità alimentari

I primati e altri ultimali, poi, potrebbero ricavare alcol non soltanto dalla frutta: il biologo Frank Wiens ha trascorso anni nella foresta malese, a studiare le reazioni di lori lenti, tupaie e altri mammiferi al nettare contenuto nei fiori di una particolare palma di grandi dimensioni. La sostanza zuccherina in costante fermentazione sembrava particolarmente apprezzata per il suo contenuto alcolico. Molte specie di uccelli, tra cui i colibrì e le nettarinie, oltre naturalmente a svariati insetti, si nutrono esclusivamente di nettare. L’esposizione naturale all’alcol, sembra essere molto più comune di quanto pensiamo.

Negli ultimi due milioni di anni, la dieta umana si è diversificata, e da quando siamo diventati agricoltori, abbiamo compiuto scelte alimentari radicalmente in contrasto con le precedenti fonti nutritive. Tuttavia, discendiamo da specie eminentemente frugivore: i nostri antenati erano primati che si cibavano dei tesori zuccherini delle foreste e chi si nutre di frutta matura consuma anche alcol, benchè in quantità ridotte. Parallelamente ai primi esperimenti di coltivazione stanziale dei nostri primogeniti neolitici, i primi casi di fermentazione indotta di frutta e cereali potrebbero avere messo in luce i risvolti psicoattivi, con ricadute benefiche sulle scorte energetiche necessarie a far fronte alle nuove sfide poste dalla neonata agricoltura.

Vado su Marte…

Vado su Marte

Quarto del sistema solare, Marte è anche noto con il nome di ‘pianeta rosso’ per via del colore, dovuto all’ossido di ferro (ruggine). La sua atmosfera, molto diversa dalla nostra, si compone del 95% di Anidride carbonica (CO2), mentre la rimanente parte è costituita da azoto, argon e pochissimo ossigeno.

Caratteristiche di Marte

Il clima è più simile a quello della terra rispetto alle temperature che si trovano su altri pianeti del sistema solare. Le temperature variano tra i -140 gradi centigradi d’inverno e i 20 gradi d’estate. La grande escursione termica è dovuta a due fattori principali. Il primo riguarda l’elevata distanza dal sole (che è giusto il doppio rispetto alla distanza che la Terra ha dal sole), per cui Marte ha una rivoluzione intorno alla stessa stella che dura due anni terrestri, con le stagioni che hanno doppia durata rispetto alle nostre. Il secondo è l’atmosfera marziana, molto più sottile in confronto a quella della terra, che non riesce a trattenere il calore come avviene sul nostro pianeta.

Su Marte, inoltre, l’acqua non può diventare liquida a causa della bassa pressione atmosferica, ma è presente sotto forma di vapore. Alcuni meteoriti caduti nell’Antartide, al Polo Sud, negli anni 80 presentano caratteristiche chimiche molto simili a quelle del suolo marziano. Numerosi studi specialistici sui frammenti hanno stabilito che, circa quattro miliardi di anni fa, su Marte erano presenti nanobatteri simili a quelli che vivono sulla Terra. L’ultima recente scoperta di metano sul Pianeta rosso ha ridato forza all’ipotesi che altre forme di vita possano nascere di nuovo su Marte.

C’è vita su Marte

Il robot Curiosity, che analizza l’atmosfera marziana ha scoperto tracce di presenza regolare di gas metano sul pianeta rosso. Alla sua origine ci potrebbe essere l’attività di microbi, ossia sostanze organiche. La straordinaria scoperta apre la strada a nuove ipotesi circa l’evoluzione della vita su pianeti diversi dalla Terra, anche se le emissioni sembrano troppo scarse per dare inizio alla nascita di forme biologiche. Da sempre i pianeti che fanno parte del Sistema Solare rappresentano motivo di grande fascinazione per gli abitanti della terra; la domanda se ci sia vita o meno sugli altri pianeti è da sempre al centro del dibattito scientifico.

Il pianeta rosso, in particolare, è quello che più di tutti secondo gli studiosi può ospitare la vita: la presenza dell’acqua, del metano ma anche di condizioni atmosferiche molto simili alla terra fa di questo pianeta il più adatto alla formazione di vita. Alcune foto scattate dalla Nasa, non a caso, hanno fatto pensare che il pianeta fosse occupato anche da chiazze di vegetazione. La spiegazione dell’ente spaziale statunitense, dopo un’attenta analisi, chiarisce però che dovrebbe trattarsi solo di un’illusione ottica.

Come funziona l’immunologia?

Come funziona immunologia

Oggi si pensa che l’approccio genomico sia l’unico possibile nelle ricerche mirate alla cura di virus e malattie. Tante risposte, tuttavia, non arrivano solo dai geni ma anche dall’immunologia. Sono tantissimi, infatti, gli studiosi che si stanno concentrando sulla via immunoterapica.

La pratica immunoterapica contro i tumori

Questi studiosi in sostanza stanno cercando di capire come utilizzare i virus per distruggere le cellule malate. In Gran Bretagna esistono già dei virus buoni (modificati geneticamente) che servono come veicoli per rendere il tumore aggredibile da radioterapia e chimioterapia. Un esempio calzante è Oncovex, il virus di Herpes simplex che costringe il tumore a produrre proteine che portano alla produzione di granulociti macrofagi (alcune delle cellule del sistema immunitario che normalmente si scatenano quando c’è un processo infiammatorio in corso.

Il melanoma della pelle, per esempio, è quasi insensibile alle cure classiche, ma con i virus ci sono risultati apprezzabili. Grazie ai virus amici sta progredendo anche la lotta al mieloma, il cancro del midollo osseo. Alcuni ricercatori americani della Mayo Clinic di Rochester, in Minnesota, sono riusciti ad arrestare la proliferazione del male in due pazienti anziane usando una super-dose di morbillo. rimane però, da verificare se e quali interferenze possano esserci a causa delle vaccinazioni fatte in età pediatrica. In Italia ci sono 350-380mila nuovi casi di tumore ogni anno ma si muore molto meno che in passato.

E’ possibile curare anche i tumori killer

Anche i cosiddetti ‘big killer’, polmone, colon, retto e mammella, se presi in tempo non fanno più paura. Da recenti statistiche, infatti, sappiano i che nelle fasi iniziali della malattia guariscono il 95 per cento dei malati di tumore alla mammella e l’85% di quelli al polmone. Il chirurgo universitario va un po’ in controtendenza rispetto ai suoi colleghi e invita a non cantare vittoria troppo presto riguardo i farmaci molecolari. “Alcuni composti agiscono nella direzione sbagliata o in maniera incompleta.

Sarà necessario attendere 50-60 anni per avere una scelta tra più medicamenti che interagiscano tra loro andando a interferire in maniera profonda e risolutiva con i meccanismi delle molecole. Oggi le agenzie di approvazione dei farmaci, come la Food and Drug Administration americana, bocciano i nuovi farmaci già nella Fase 1, ossia quella dei test di tossicità. Ad alcuni non è ancora chiaro il messaggio che non serve creare un’aspirina potentissima se poi ti distrugge il rene.

Il gelato che sfida l’universo

gelato che sfida l universo

L’estate è arrivata, con le sue splendide giornate di sole. A volte fin tropo troppo calde. In ogni casa però c’è un posto non così caldo, un posto dove gelati, insalata e yogurt restano al fresco. Frigoriferi e freezer sono meravigliosi, ma perché questa meraviglia deve limitarsi a una scatola più o meno grande in un angolo della cucina? Perché non possiamo aprire la porta e distribuire freddo nel resto della stanza?

La fisica nel funzionamento del frigorifero

Può sembrare che il frigorifero non faccia altro che ronzare immobile e tranquillo, ma in realtà combatte una tremenda battaglia. Ogni frigorifero si ribella alle regole dell’Universo. La legge universale prevede che il calore fluisca dalle cose più calde a quelle più fredde. Le bevande calde ci scaldano, e la nostra mano può fondere cubetti di ghiaccio trasmettendo loro calore. Funziona sempre cosi. E’ la seconda legge della termodinamica, una delle cose più importami che sappiamo sull’Universo.Come fa un frigorifero ad andare in controtendenza? Il ronzio del frigo è dovuto al lavoro di un compressore che porta ad alta pressione un gas speciale, un refrigerante.

Il gas pressurizzato viene poi spinto in una condotta sigillata che passa dentro al frigo e raffredda per l’espansione. É un po’ come spruzzare un aerosol con una bomboletta: il gas si espande rapidamente e si raffredda di conseguenza. Se toccate la bomboletta dopo averla usata sentirete che è fredda. Il cibo nel frigo cede un po’ di calore al gas freddo o si raffredda a sua volta. Magico! Ma c’è un prezzo da pagare. Vi siete mal chiesti perché il frigo abbia bisogno di una sorgente di energia? Il cibo che si raffredda cede energia: perché questo processa deve richiedere altra energia? Il motivo è che il frigo sta contrattando con l’Universo, e la moneta di scambio è l’entropia.

L’entropia del frigo e le leggi dell’universo

L’entropia è una misura del disordine dell’Universo e, come sa bene chi ha un lavandino con i piatti da lavare le cose tendono al disordine se lasciate a se stesse. L’ordine nel frigo è legato al concetto di separazione. Dentro al frigo c’è aria fredda, fuori c’è aria calda. Questo è ordine. Appena si apre porta, le molecole di aria calda e fredda si mescolano e nasce il disordine. E’ di nuovo la seconda legge della ovvero termodinamica al lavoro: il prezzo che tutta l’entropia tende ad aumentare, anche se la quantità totale di dobbiamo pagare energia rimane la stessa all’entropia Lo scambio è questo: l’interno del frigo si raffredda e l’entropia diminuisce.

Perché ciò avvenga, all’esterno del frigo temperatura e entropia devono aumentare. Per mantenere l’interno più freddo bisogna fornire energia, quella stessa energia che diventa calore sul retro del frigo. Il calore immesso in cucina è maggiore di quello sottratto all’interno del frigo. Il frigo può vincere la sua piccola battaglia all’interno, ma perderà sempre la guerra. Le leggi dell’universo dicono che il frigo aperto non può raffreddare la cucina perchè la piccola quantità di fresco all’interno deve essere superata dal calore extra e dall’entropia all’esterno. Aprendo la porta del frigo la cucina quindi si scalda, perchè l’Universo e il secondo principio della termodinamica alla fine devono vincere.

Il DNA è lo scrigno della vita

dna e lo scrigno della vita

Siamo nel 1869 e un giovane ricercatore lavora duramente nel laboratorio di un vecchio castello in Germania. Sta per compiere una scoperta importante. Il laboratorio studia la composizione delle cellule e Friedrich Miescher ha una certa dimestichezza con quelle del sangue, che estrae dal pus rimasto sulle bende gettate via da una clinica locale.

La scoperta del DNA e la sua importanza per la vita

Dopo aver faticato per classificare le proteine cellulari, Miescher rivolge l’attenzione a un’altra sostanza che appare continuamente nei suoi campioni. E’ un acido che contiene fosfoto e nessuno l’aveva mai notato. E’ la nucleina, o come diciamo ora il DNA. Da bravo scienziato scettico, il capo di Miescher, Felix Hoppe-Seyler Seyler, è diffidente e vuole ripetere gli esperimenti prima di procedere a una pubblicazione, cosa che infatti avviene solo due anni dopo. Il ritardo sarà del tutto trascurabile; passeranno ancora molti decenni prima che gli scienziati intuiscano l’importanza del DNA.

Miescher trova la nucleina in diversi tipi di cellule, ma non avrebbe potuto immaginare che quella sostanza potesse contribuire così tanto all’enorme diversità della vita. Fino agli anni 40 del Novecento, la maggior parte degli scienziati era convinta che le proteine – grandi molecole biologiche con molteplici forme e dimensioni – fossero le uniche sostanze abbastanza complesse da poter essere alla base dell’ereditarietà. I cromosomi, i corpuscoli costituiti da proteine e DNA che contengono i geni, sono stati individuati nelle cellule per la prima volta negli anni 40 dell’Ottocento. Nel secolo successivo i ricercatori notano che durante la divisione cellulare il loro numero raddoppia per poi dividersi in due distinte cellule “figlie”.

La teoria dell’ereditarietà

Nel 1865 il monaco austriaco Gregor Mendel colma e fa riprodurre piante di pisello per elaborare la teoria dell’ereditarietà genetica suggerendo che i caratteri vengano trasmessi attraverso unità discrete. Quando la sua scoperta viene presa in considerazione all’inizio del Novecento, molteplici studi dimostravano che queste unità, o geni, dovessero trovarsi nei cromosomi. Ma di che cosa sono fatti i geni? DNA o proteine? E che aspetto hanno? Un medico tedesco di nome Albrecht Kossel compie i primi passi per rispondere a queste domande.

Lavorando sotto Hoppe-Seyler verso la fine dell’Ottocento, scopre le “basi” (l’opposto chimico degli acidi) del DNA e le battezza con i nomi di timina (T), adenina (A), citosina (C) e guanina (G). Il suo lavoro viene continuato da Phoebus Levene, ricercatore lituano giunto a New York spinto dall’antisemitismo di San Pietroburgo, sua patria, adottiva. Per tre decenni Levene studia la struttura del DNA identificandone gli altri componenti: uno zucchero chiamato desossiribosio e un gruppo fosfato. Scopre inoltre che il DNA è costituito da unità che chiama nucleotidi. Ognuno di questi è formato da uno zucchero, un gruppo di fosfato di uno e lo zucchero del successivo, formano una sorta di scheletro della molecola.

Che pensa il cane?!

pensa il cane

Quando il dottor Attila Andics propose di analizzare il cervello di un cane cosciente con la risonanza magnetica, i suoi colleghi dissero che era un’idea folle. Ma Andics, che lavora con il gruppo di ricerca sull’Etologia Comparata MTE-ELTE dell’Accademia Ungherese delle Scienze a Budapest, non solo è riuscito a convincere 11 cani a seguire il suo progetto pazzo, ma ha anche ottenuto nuove importanti informazioni su come il cervello di un cane elabori il linguaggio e le emozioni, e un giudizio sull’evoluzione della voce nella nostra storia biologica.

La risonanza magnetica ai cani?

Non c’è da stupirsi che il piano di Andics abbia incontrato una certa dose di scetticismo: chiunque si sia sottoposto a risonanza può testimoniare il disagio che essa può provocare. La macchina produce suoni metallici e graffianti in continuazione. L’uso dello scanner in clinica veterinaria non è di per sé una novità ma gli animali di solito sono sottoposti ad anestesia generale prima dell’esame. I cani di Andics invece erano coscienti e sono stati addestrati a rimanere immobili per tutta la durata della risonanza. La possibilità di esaminare il cervello degli animali svegli, sani e calmi apre la strada a una nuova branca della neuroscienza comparata.

In futuro i medici saranno in grado di eseguire studi comparati su altre caratteristiche, come l’olfatto e la vista. I ricercatori ungheresi sono interessati in particolare all’evoluzione del linguaggio umano e lo studio può rivelarci le differenze tra il nostro cervello e quello canino. La prima specie a essere addomesticata, tra i 14000 e i 31000 anni fa, fu il lupo. L’ambiente sociale normale per un cane è la famiglia umana, il paragone quindi è molto interessante. La speranza dei medici è trovare aspetti dell’elaborazione del linguaggio che esistono nell’uomo ma non nel cane. In questo modo si potrebbe capire anche come si è evoluto il linguaggio umano.

Similitudini tra pensiero animale e pensiero umano

Andics e colleghi hanno fatto ascoltare suoni canini e umani prima a 11 cani, addestrati a rimanere seduti perfettamente immobili nello scanner e poi a volontari umani. Successivamente, i medici hanno comparato l’attività media di risposta a suoni umani e animali, identificando le regioni del cervello in cui le reazioni mostravano significative differenze.

La regione del lobo temporale rimaneva attiva in entrambi i gruppi di studio e entrambe le specie mostravano un picco di attività in risposta ai suoni dei propri simili. Alla fine i medici hanno scoperto che l’elaborazione delle informazioni emotive in risposta a suoni canini e umani avviene in modo molto simile nei cani e negli umani. L’animale reagisce alle emozioni umane nello stesso modo in cui reagisce alle emozioni di altri cani, sebbene la reazione sia meno intensa.

Conosciamo i chip neuromorfi

Conosciamo i chip neuromorfi

Il cervello umano è forse il più complesso dispositivo di calcolo sulla Terra, ma gli scienziati prima o poi potrebbero riuscire creare un rivale. Come? Copiando l’originale. Si chiamano chip neuromorfi ed è fatto di circuiti che imitano la struttura del cervello umano.

Cosa sono i chip neuromorfi?

Un gruppo dell’università di Stanford ha ora sviluppato “Neurogrid”, un insieme di 16 microprocessori chiamati “Neurocore”, in grado di simulare un milione di neuroni e miliardi di connessioni sinaptiche. “Neurogrid” è anche molto efficiente: consuma circa 110 mila volte meno energia rispetto a un normale computer con la stessa potenza di calcolo. Ma ci vorrà molto tempo prima che possa competere con la nostra materia grigia, sia in termini di efficienza, sia di prestazioni. Il cervello umano ha 80 mila volte i neuroni di Neurogrid e consuma solo tre volte di più.

Raggiungere questo livello di efficienza a fronte di prestazioni maggiori in termini di ricettività e sensibilità è la sfida ultima per gli ingegneri neuromorfi. Il costo di ogni “Neurogrid” si aggira intorno ai 30 mila euro, ma potrebbe scendere a 300 con una produzione industriale. Al momento Boahen sta sperimentando l’uso di un singolo “Neurogrid” per il controllo in tempo reale di un braccio artificiale. Spera che il dispositivo un giorno possa diventare un chip da impiantare nel cervello di una persona paralizzata per consentire di tradurre i segnali dei neuroni in movimento di protesi artificiali.

Cavernicoli non così stupidi

Se pensate che i Neandertal fossero esseri rozzi e semplicioni condannati all’estinzione dalla superiorità intellettuale degli antenati dell’uomo moderno, forse è tempo di ricredervi. I Neandertal si stabilirono in una vasca arca dell’Europa e dell’Asia tra 350 mila e 40 mila anni fa, ma scomparvero dopo l’arrivo degli ominidi -anatomicamente moderni. Siamo abituati ad attribuire questa estinzione alle maggiori doti dei nuovi arrivati nella caccia e nella capacità di comunicare, oltre che di adattarsi e innovare. Ma una rassegna di recenti studi sui Neandertal condotta all’università del Colorado ha messo in dubbio questa convinzione. Non c’è la prova di una inferiorità cognitiva. L’immagine che ci siamo fatti dei Neandertal non è corretta.

Con ogni probabilità i Neandertal uccidevano bisonti, mammuth e rinoceronti spingendoli verso precipizi.Questo presuppone capacità di pianificare comunicare in gruppo. Nei siti dei Neandertal sono stati trovati anche l’ocra – un pigmento usato fosse per dipingere il corpo – e vari ornamenti, il che suggerisce che seguissero rituali complessi e avessero un codice di comunicazione simbolica. I ricercatori finora hanno comparato i Neandertal non ai loro contemporanei negli altri continenti, ma ai loro successori. E’ come paragonare il modello T della Ford in uso all’inizio del `400, a una moderna Ferrari, e concludere che Henry Ford era cognitivamente inferiore a Enzo Ferrari.